ESERCIZIO DI SCRITTURA IN 30 MINUTI
“Innamorarsi di una donna congelata”
(titolo tratto da un video di QDSS)

Entrò nel laboratorio come se niente fosse, non c’era neanche una guardia quella notte a guardare la porta. Non era strano, semplicemente la nuova dirigenza non aveva trovato i fondi necessari per pagargli lo stipendio. Dopo un breve sciopero se n’erano andati, capendo per primi quale aria tirasse da quelle parti. Il corridoio era l’emblema dello stato in cui era ridotta la società: spoglio, con le luci al neon traballanti e ben poco da offrire, se non la congiunzione fra il mondo reale e quello della criogenia. Lucas ne era affascinato sin da bambino, perciò aveva scelto quella strada negli studi. Era diventato studente, specializzando, medico e poi si era trasferito dall’altra parte del mondo per inseguire il suo sogno: lavorare con lui. Il dottor Krapelonn era il massimo esponente della comunità scientifica per quanto riguarda la criogenia, la criopreservazione, l’ibernazione – o come veniva anche chiamata: la “sospensione” del corpo – e non c’era una scelta migliore, al momento, che andare a Los Angeles per tentare la sorte. Dopo anni di sacrifici ce l’aveva fatta, ma il vecchio professore, nel frattempo, era morto… o meglio, si era congelato.
Per farla breve, l’idea è di preservare il corpo della persona in caso di morte, mantenendola in stato di ghiacciolo fino a che non si trova una cura definitiva al male che ha colpito il corpo. La mente viene tenuta attiva attraverso un complesso sistema di macchinari… e proprio questi avevano provocato l’inizio della crisi della società, dopo che avevano smesso di funzionare per mezz’ora nel lontano 2020. Col mondo coinvolto nella pandemia da Covid nessuno ci fece caso, nemmeno la stampa, che aveva gli occhi puntati da un’altra parte. Ma quei trenta minuti di buio potrebbero aver provocato danni irreparabili nei corpi preservati in laboratorio, compreso quello del dott. Krapelonn.
Lucas lo sapeva, tutti gli addetti ai lavori lo sapevano. Alcuni avevano scelto di restare, dopo che le prime proteste erano state soffocate con dei licenziamenti sospetti. Giravano anche voci tremende, secondo cui le persone licenziate non vivessero a lungo per raccontare l’accaduto di quel fatidico giorno di settembre. Sarebbe scoppiato uno scandalo, fra la gente congelata ce n’era qualcuno davvero importante…
Immaginate di avere i soldi, tanti soldi. Immaginate che questi soldi vi abbiano portato in un altro universo, fatto di desideri risolti i un batter di ciglio e smanie di onnipotenza… non vi fareste congelare anche voi, forse, in attesa di un mondo che possa curare il vostro cancro alle ossa? Così fecero tanti personaggi dello spettacolo di fine secolo, alcuni anche in giovane età pensando che poi sarebbero tornati in auge come gli artisti che hanno sorpassato il millennio, magari con un pezzo in classifica o un film trasmesso ogni anno per fare audience a Natale.
Un messaggio di speranza fra i vari spot che vennero trasmessi in televisione all’epoca del lancio pubblicitario colpì dritto il cuore morente di Emereth, una giovane donna nubiana ricoperta di macchie per un male sconosciuto che, nel suo paese, era noto come “la morte bianca”. Quest’infermità era incurabile. Fu solamente grazie a una raccolta fondi online che Emereth riuscì a entrare nel programma di ibernazione e, tre giorni prima che fosse dichiarata morta, si fece congelare nei laboratori dove, al tempo, Lucas lavorava come assistente. Con gli anni l’aveva sempre attratto e si era affezionato a quella donna: i suoi occhi erano chiusi e il corpo nudo era immerso nella gelatina blu, facendo intravedere solo i contorni dei fianchi. Per qualche motivo, l’affascinava. La notte accendeva le luci ultraviolette e così poteva scorgere così i suoi lineamenti. La delicatezza delle sue guance nella gelatina erano qualcosa di magico, davano un tocco di chiarore all’aria tetra e fredda del laboratorio, come se risplendessero di luce propria.
“Chi sei tu?” le chiese per gioco una notte ed ebbe quasi l’impressione che lei gli rispondesse con un sibilo nell’aria che sussurrava il nome sull’etichetta, manco fosse la pubblicità di una carne in scatola. Invece lei era lì, lui la poteva vedere. Sapeva che oltre quel vetro c’era un essere umano che dipendeva da lui, in tutto e per tutto… questo lo faceva sentire potente, da un lato, ma anche responsabile. Molto responsabile, fino all’eccesso. Al punto che diede di matto quando quel lunedì mattina saltò la corrente nell’edificio e lui sacrificò una gamba, correndo di sotto nel tentativo di riaccendere il generatore che stava scantinato. Fu un incidente, nessuno era coinvolto se non lui e una rampa di scale messa nel posto sbagliato, al buio. Quel giorno non riuscì a riaccendere l’elettricità e questo lacerò il suo cuore, oltre che il femore destro.
Ritornò a lavorare in laboratorio dopo un anno, ma a quel punto tutto era già cambiato. Si sentiva depresso: i nuovi capi non erano degni della stessa fiducia dei padri fondatori della società e quel rinomato posto di ricerca che sognava era diventato ai suoi occhi soltanto un’azienda che fabbricava analisi su commissione e cosmetici di dubbio gusto. Erano alla mercé del mercato, come tutti gli altri, ormai. Uno spot e nulla di più. Rimaneva il suo amore per Emereth, quell’essere umano congelato dal fascino divino… ora che tutto stava per chiudere era giunto il momento di portarsela via!
La notizia era arrivata solo il giorno prima, non avevano nemmeno fatto un comunicato interno per i dipendenti… questi bastardi dei piani alti avevano chiamato direttamente la stampa per una diretta nazionale! Ed erano stati licenziati tutti, fino all’ultimo. In soldoni, i grandi capi avevano dichiarato la bancarotta e accettato di partecipare attivamente ai processi. Solo loro e gli stramaledetti avvocati sapevano cosa questo volesse dire. Sta di fatto che i piccoli investitori rimasero fregati e ovviamente con loro anche tutti i lavoratori della centenaria società di ricerca. Ora sarebbe finita nell’archivio di qualche tribunale, fra la tristezza di alcuni e la pena d’altri.
Lucas non poteva permettere che accadesse qualcosa a Emereth, la sua donna di ghiaccio. La sua salute era già stata compromessa una volta, cosa sarebbe accaduto ora che l’intera società era fallita? Qualcuno avrebbero staccato la spina a tutto l’edificio e tanti saluti! No, mai! Per questo organizzò il piano alla perfezione, per ciò che poteva fare uno scienziato di mezz’età: il suo vicino di casa lo aspettava fuori, all’altro lato della strada, pronto a filare con il camper. Lui aveva il tesserino magnetico e le guardie lo conoscevano, nel caso ci fossero stati problemi avrebbe potuto inventare una scusa. Il dubbio era soltanto come portare fuori Emereth e mantenerla in vita. Dove? Nel suo bagno, per il momento. Non aveva trovato una soluzione migliore. L’importante era farlo prima che chiudessero per sempre le porte dell’edificio: nei giorni successivi avrebbero dismesso gli uffici, per poi sigillare tutto con delle grosse inutili catene. Un altro edificio all’asta giudiziaria e niente di più, ma le spalle di Lucas in quel momento erano preoccupate da ben altri pesi.
“Scusami, sono uno scienziato! Non un uno stupratore!”
Per qualche motivo sentì di doversi giustificare con lei, mentre la portava via su un carrello, ancora dentro il container di gelatina blu, verso il camper del compare che l’aspettava nella notte. Si rendeva conto della follia del suo piano, ma soltanto nella parte di cervello che non era obnubilata dall’amore per Emereth. Si fiondò alla portiera e si fece aiutare per caricarla dentro, dove attaccò la spina per riattivare i macchinari che la mantenevano in vita. Aveva farneticato dei calcoli a riguardo, per capire l’impatto che questi sbalzi di ambiente avrebbero avuto su di lei… ma è inutile seguire i ragionamenti di un pazzo. Meglio seguirne le evoluzioni.

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